In novembre ci arrivammo con ansia repressa. Le foglie ormai ingiallivano e noi battevamo qualche querciolaia, tanto per vedere come era l’humus, come si era formato l’habitat per accogliere le regine. C’erano tutte le condizioni. Nella seconda decade cominciammo ad andare in montagna per provare il brivido del primo incontro.

Nella valle del Germano era già freddo. Il monte Spina sulla destra nascondeva la valle della Parrilla e le Tre cerze. Era tutto bianco di brina. Lungo la sorgente del fiume Neto, gli alberi erano nudi. Quelli da frutto avevano le foglie rosse che sembravano stendardi, punti di riferimento. In verità un paio di essi mi servivano come memento per diverse beccacce trovate, alcune abbattute con un secco colpo della mia doppietta Hemingway.

La prima che trovammo fu verso il 19. Scorsi quel brigante steso nelle felci. Non aveva fatto nemmeno suonare il campanello nell’accostare e fermare. Tale era la sua guardinga attività e il movimento ordinato da setter felino e radente. Sparai, raccolse e ridemmo complimentandoci. Lui scodinzolando e tentando di levarmela di mano, io tirandogli un orecchio benevolmente e offrendogli una scorza di formaggio di capra.

In realtà non vi era stato niente di straordinario né in me né in lui. Un’azione coordinata e ben riuscita che sembrava preludio per una buona stagione. E così fu. Verso il 30 poi si scatenò Eolo e le tormente di neve coprirono Le Sile, la piccola,la grande e la greca, di un mantello bianco. Le colline nere, col cappello di nuvole, erano statiche come non mai, non un spirare di vento, non un canto, non un fremito. La natura sembrava imbalsamata. Solo i campani delle vacche podoliche segnavano il logorio del tempo sulle cose umane.

Mi ero affrettato a preparare un bel mucchietto di cartucce col piombo dell’otto. Quel giorno uscimmo senza auto, le beccacce erano scese di sicuro dai monti. Lui stava al dietro e, fino al muretto di fuor di via, non si mosse dal calcagno. Poi partì come un fulmine e cominciò a sondare il cespugliato fitto di ginestre e mortella e arbusti alti a ginocchio. Fermò, precedendo con una gattonata. Lo raggiunsi, sparai. Seguirono altre ferme e altri spari. La ladra era già pesante ma volevo fare la giornata da non dimenticare. E la feci.

Decisi di spingermi verso le grotte dello Scavo e a S. Marina. Su fra le fustaie di pioppi sapevo che ne avrei trovate ed era anche facile sparare. Da li potevo procedere fino alla Serra dello Spineto, voltare a destra, scendere verso le sorgenti del Vìtravo e rientrare per l’ora del pranzo.

Accelerai, servendo il cane di quando in quando; mentre mi gonfiavo d’orgoglio per quel suo incedere, per le ferme plastiche ed eleganti, per i suoi riporti a bocca asciutta e quel recupero di una disalata che il vento se l’era portata via dietro le querce alte. Unica folata in una mattinata greve e immobile. Quel recupero da dio era servito per condire una insalata che era già troppo profumata, vi mancava solo una goccia d’aceto.

Allungammo mentre palpavo la ladra, conteneva ben 11 regine dalle penne lisciate e col becco accostato al petto come se dormissero. Le avevo baciate tutte prima di riporle. Nessuno uomo o animale circolava per il tratturo, i mezzi agricoli erano fermi nei campi o a canto di strada. Avevo incontrato solo un pastore al bivio della Fratta che mi aveva invitato a rientrare come faceva lui. Aveva governato e chiuso le sue bestie ma non se la sentiva di stare fuori con quel tempo che minacciava ulteriormente di incrudire. “Tornate”, disse; “è un tempo da lupi, presto comincerà a nevicare”. Feci spallucce. Come si può tornare a casa con una giornata simile. Una giornata da non dimenticare. Era vero.

Fais si era inoltrato di là dai pioppi e verso la cascata. Il terreno era fitto di pruni selvatici e di biancospini densi di spine e stranamente ancora fioriti. Chissà, l’umidità del posto e forse il riparo delle piante alte aveva controllato quella depressione riparandola dai venti freddi. Ecco perché vi erano sempre le Beccacce. Pensai al fenomeno climatico, mi distrassi a guardare e pensare e non mi accorsi, assorto, che il campanello non suonava più argentino. Tutto era silenzio. Solo un pettirosso trillava ai margini dello stradello un poco più avanti e sembrava un allarme.

All’improvviso avvertii un brivido per la colonna vertebrale. Pensai che il sudore si fosse ghiacciato addosso e decisi di muovermi. Non era così, era un brivido intenso e mi scuoteva le membra. Tremai, misi il fucile a spalla per paura che mi cadesse. Avvertii un’ansia incredibile e angosciosa mentre mi avventavo nella boscaglia verso la cascata gridando, chiamando, urlando la mia disperazione.

Cercai a lungo in tutte le riposte dove io sapevo che le Beccacce erano solite fermarsi. Nella terza lo vidi, bianco e steso. Steso, bianco e rosso. Rosso di sangue e con la gola squarciata. “I Lupi. Maledetti!“ Sparai in aria. “I Lupi!”. Lo avevano sorpreso nella ferma e lui non aveva potuto difendersi. Aveva l’odore della Beccaccia nel naso e i maledetti lo avevano sorpreso da tergo certamente. Sparai due colpi poi buttai il fucile e lo presi in braccio. Era morente, caldo e palpitante ma ormai dissanguato. Dalla gola squarciata correva a fiotti il sangue rosso e si coagulava sul pelo sericeo. Lo posi delicatamente in terra e lo piansi. Fino alle due. Era freddo lui ed ero freddo anch’ io quando decisi che aveva bisogno di una sepoltura per privarlo dell’oltraggio di essere anche divorato.

Afferrai il coltello da caccia, raggiunsi un poggio da dove si vedeva l’orizzonte e guardai dove s’indovinava il mare, verso est; scavai, scavai. Lo deposi dentro con delicatezza, dopo avergli avvolto nel mio maglione di lana la splendida testa bianconera con le moschettature rosse. Poi cercai delle pietre e ne feci un monticello. Le ultime le disposi in forma di freccia. Rivolte verso est. Da dove arrivano le beccacce. Affinché lui, nei suoi sogni ormai infiniti, potesse avvertirle da lontano e continuare a puntarle.

Quando torno in quel luoghi vado a trovarlo. Sulle pietre è nato il muschio ma la freccia si scorge ancora.